Una donna che esprime sensazione di panico a seguito non di non saper dare risposte. Confusione, indecisione.

QUANDO TUTTO DIVENTA CONFUSO, LA RISPOSTA E’: ‘NON LO SO..’

Prima credi che le tue decisioni siano solide. Successivamente capisci che l’equilibrio che ti sei costruita è fragile e imprevedibile come un castello di carte. Può crollare tutto, contro ogni tua aspettativa.
Nel periodo iniziale mi è capitato di essere travolta da ogni tipo di domanda, da parte di persone più o meno vicine. Era il loro modo di starmi accanto, di capire da dove nascesse il mio malessere e, probabilmente, di fornirmi una soluzione. Perché oltre a te stessa/o chi ti sta accanto soffre nel vederti soffrire.
Le domande più frequenti erano:
– come ti senti?
– perché stai così, cosa è successo?
– cosa ti potrebbe far sentire meglio?
– perché non esci con gli amici, o fai qualche sport/corso?

Sono domande apparentemente semplici, a cui in teoria dovrebbe essere facile rispondere. Ma in quella situazione mi sentivo svuotata, non ero in grado di trovare dentro di me una risposta e l’unica cosa che dicevo era ‘non lo so’.
Non lo si fa con cattiveria. Anzi, anche tu vorresti essere in grado di dare una risposta, ma ti trovi in un oblio da cui non riesci a risalire.
Tutti fanno domande, tu ti fai domande, ma sempre tu sei impotente.

Si instaura così un ciclo:
– non riesco a dare una risposta (la ruminazione mentale non porta soluzioni, ma solo esaurimento)
– mi sento incapace e inadeguata (autosvalutazione)
– evito situazioni, decisioni e confronti con altri
– mi sento ancora più persa
– mi chiudo e perdo interesse nelle cose
A questo punto subentrano depressione, apatia, stanchezza e i pensieri negativi.
Tutto questo non nasce da una reale incapacità, ma da un conflitto interiore: il bisogno di risposte certe contro la realtà dell’incertezza. Lavorare sul conflitto può trasformare il ‘non sapere’ da prigione a possibilità di crescita.

Le persone a noi vicine nella maggior parte dei casi, non ci comprendono fino in fondo, ma non ha importanza. Gli affetti veri, con calma, capiscono che basta esserci. Possono essere un sostegno e una spalla molto importanti. Io direi una roccia a cui aggrapparsi, almeno inizialmente, per non cadere del tutto.
Un’altra cosa importante è ricordare che non siamo soli nelle nostre difficoltà: tutte le persone che incontriamo stanno combattendo una loro battaglia interiore.

Nel mio percorso ho avuto la fortuna di avere attorno a me delle persone fantastiche, che mi hanno tenuto la mano quando il peso era troppo grande da portare da sola. Quando è arrivato il momento di togliersi la maschera del ‘va tutto bene’ loro erano lì, mi hanno ascoltata. Fare quel passo per me è stato difficile, come guardarsi allo specchio per la prima volta dopo tanto tempo e riconoscere che non ero più me stessa. Nell’esprimerlo a voce alta è diventato più reale. In quella nuova dimensione di me stessa, ci sono stati due ostacoli forti:
– La vergogna. Vergogna di me stessa; della persona fragile, insicura e chiusa nel silenzio che ero diventata.
– La paura. Quella paura ‘fottuta’ del giudizio negativo di chi mi stava davanti. Della possibilità dell’abbandono. Che mi voltassero le spalle proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno.

Ho preso consapevolezza, l’ho espressa a voce alta a me stessa, agli altri e ho chiesto aiuto. Solo in quel momento è inizio il percorso duro, tortuoso e totalmente in salita della ricostruzione per poter arrivare a una rinascita.