Bambina sulla soglia di una stanza che scruta il mondo fuori.

OLTRE I CONFINI DELLA COMFORT ZONE.

La comfort zone si può definire come quello spazio psicologico in cui ci sentiamo a nostro agio, al sicuro, immersi in un contesto familiare. E’ fatta di abitudini che riducono lo stress e l’incertezza, favorendo un senso di stabilità, tranquillità e protezione. Rimanere lì non è, di per sé, qualcosa di sbagliato. Diventa limitante quando il ‘restare’ nasce da una sensazione di paura: quando affrontare una situazione ci spaventa. E quindi la evitiamo.

La routine può essere una risorsa, ma anche una gabbia invisibile. La gabbia nasce quando si vive per abitudine anziché per intenzione. Nel mio caso, la vita era scandita da una routine rigida: casa-lavoro-psicoterapia. Il tempo passava e io non lo vivevo, lo subivo. Questa non è vita: è sopravvivenza.

Come spesso accade, mi viene naturale raccontare questi processi attraverso l’immagine di una bambina alle sue prime esperienze. E’ un modo che sento vicino: rende tutto più evocativo, immediato e favorisce l’immedesimazione.

C’è una difficoltà sottile e profonda nell’uscire dalla propria comfort zone, come quella di una bambina che resta al sicuro nella sua stanza, dove tutto è familiare e prevedibile. Un giorno apre la porta e guarda fuori: il mondo sembra troppo grande e incerto. Così la richiude in fretta, colpevolizzandosi di non aver fatto un passo verso l’esterno e pensando che non sia per lei. Il tempo passa, e lei riprova ancora e ancora. Apre di nuovo, stavolta un po’ di più, sporge la testa, osserva meglio ciò che c’è oltre la soglia, prende confidenza con le ombre e la luce, e poi torna dentro. Ogni tentativo non è una sconfitta, ma un allenamento a prendere confidenza con ciò che risulta sconosciuto: il cuore si calma, il respiro si allunga, la paura fa un passo indietro. Apertura dopo apertura, quella bambina scopre che può spingersi un po’ più avanti, senza forzarsi, portando con sé la sicurezza della sua stanza anche nel mondo fuori.

Per me aprire quella porta è accaduto dopo più di un anno. E’ stato un susseguirsi di piccole azioni accompagnare da una lotta interiore fatta di resistenza e desiderio di andare oltre.
Ho iniziato introducendo cambiamenti minimi nella routine quotidiana: gesti che non provocassero un’ansia eccessiva, ma che rappresentassero comunque una piccola sfida.
Uscire con gli amici per il tempo che mi faceva sentire bene, per tornare gradualmente a stare in relazione – senza esagerare, perché quando è troppo si può tornare sempre indietro e riprendere fiato. Iscrivermi a un corso di teatro, per dare alla mente uno spazio concreto su cui concentrarsi, sottraendola al rimuginare continuo.

Passo dopo passo, ho imparato che uscire dalla comfort zone non significa abbandonare la propria sicurezza, ma ampliarla. E’ un’apertura che si costruisce con pazienza, giorno dopo giorno.