Un tunnel nero che rappresenta il vuoto e l'apatia, in lontananza un piccolo bagliore.

NON E’ SEMPLICE PIGRIZIA, E’ APATIA E VUOTO EMOTIVO. Parte 2.

Sono i primi giorni di settembre e sta iniziando il periodo dell’anno che preferisco. Il caldo non è soffocante; anzi, sono nella mia terrazza seduta al tavolino e una leggera brezza mi attraversa. Ho la fortuna di avere la visuale libera, di affacciarmi su una villetta con ampio giardino, quindi posso godere di un discreto panorama ‘verde’ e del silenzio.
Se faccio il punto della situazione, non sono serena (sarebbe troppo da chiedere a me stessa in questo momento), ma mi sento tranquilla. I pensieri che mi disturbano sono quelli comuni a molte persone: la gestione della casa e il lavoro poco soddisfacente. Penso alle ferie che arriveranno a breve e questo mi mette di buon umore. Penso anche che farò tutto il possibile per iscrivermi a un corso di sport o a qualche altra attività per sbloccare questa apatia. Sento che è l’anno giusto per ricominciare ad avere una routine più sana e sociale. Non voglio più stare sempre e solo a casa. A fare cosa poi? Il nulla. Mi sto rendendo conto che non approfondisco neppure ciò che mi piace, nemmeno quando potrei farlo comodamente tra le mie quattro mura: leggere nuovi libri o guardare nuove serie tv, per esempio.

Se dovessi descrivere con una sola parola la mia vita, sarebbe ‘vuoto’.
Il vuoto può essere descritto come una sensazione di mancanza interiore o, più genericamente, come l’assenza di scopi e obbiettivi. Uno dei sintomi con cui si manifesta è l’apatia, sia emotiva sia comportamentale: indifferenza verso le interazioni sociali e affettive.

Nello specifico, continuo imperterrita a ripetere sempre le stesse azioni, come un video registrato in loop che si avvia ogni mattina e termina ogni sera. Le abitudini più difficili da spezzare, ad oggi, sono due e ormai me le porto dietro da anni.

La prima è accendere la televisione sempre sullo stesso canale, dove vengono proposti i medesimi programmi a rotazione: puntate già viste e riviste. Il mio cervello non assorbe nulla, non reagisce, è come piatto. Questa cosa mi infastidisce perché emotivamente mi fa sentire incapace e mi avvilisce. Se però provo ad andare oltre e mi osservo in modo razionale, mi rendo conto che non faccio nulla per stimolarlo, per dargli nuova linfa vitale. Nonostante abbia una pila di libri nuovi da leggere e numerose serie TV salvate su diverse piattaforme di streaming, nulla da fare: lo stesso canale vince sempre. Sento di non sentire, quindi perché continuo imperterrita? A volte provo a fare qualcosa di diverso, soprattutto nel fine settimana, che rappresenta il momento più difficile se non mi capita di uscire. Mi alzo la mattina e stilo una lista di cose che vorrei fare, sono propositiva mentre bevo il mio caffè e faccio colazione. Poi, nel giro di pochi minuti, il telecomando e il divano mi attirano con una forza tale che non riesco a contrastare.

Ciò che conosciamo richiede un dispendio di energia minore rispetto a interagire con qualcosa di sconosciuto. Inoltre, la familiarità offre prevedibilità e quindi un ambiente conosciuto e rassicurante proprio come la comfort zone.

Un’altra situazione ricorrente è andare a letto presto e dormire tanto. Dopo cena, verso le 21, mi metto a letto e non importa se ho sonno oppure no: è arrivato l’orario. A volte impiego tempo ad addormentarmi, altre bastano pochi minuti.

Entrambe le situazioni sono una risposta al non voler sentire. La routine, la comfort zone, il non sentire sono situazioni in cui trovo ancora rifugio per paura del cambiamento. In questo caso la parte malata vince nuovamente su quella sana.