Uomo avvolto nella nebbia, dove le tonalità do colore utilizzate sono nero e grigio.

CIÒ CHE SENTO, CIÒ CHE SONO.

Esiste una differenza sottile, ma fondamentale, tra riconoscersi nella propria malattia e identificarsi completamente con essa. Nel primo caso, la malattia può aiutare a dare un nome a ciò che si vive, offrire una chiave di lettura della propria esperienza. Nel secondo, invece, si verifica una sovrapposizione tra il sé e la diagnosi: la malattia diventa la principale lente attraverso cui ci si definisce. Questa distinzione mette in luce il confine tra il vivere una malattia e il percepirsi come la malattia stessa.

Prima di vivere questa esperienza, avevo sentito parlare di depressione diverse volte, senza mai comprendere davvero il significato di cosa si prova. Era come se fosse qualcosa di troppo lontano da me, qualcosa che non mi sarebbe mai potuto capitare.

Poi ho iniziato a lasciare sempre di più il mondo fuori, in un processo lento e inesorabile. Ero costantemente triste, senza riuscire a spiegarmene il motivo. Un giorno, in maniera del tutto inconscia, ho deciso di acquistare un libro che spiegasse la depressione in modo semplice e coinciso. Si è aperto un mondo sconosciuto, fatto di diverse sfaccettature. Leggevo una pagina dopo l’altra senza trovare nulla in cui mi riconoscessi, fino a che, verso la fine, una lampadina dentro di me si è accesa. In quel momento mi sono identificata nella malattia: ossia ho riconosciuto me stessa in quella condizione.

Oggi, però, la questione è molto diversa. Mi identifico con essa. E’ un’etichetta che mi sono affibbiata da sola e che non riesco a togliermi di dosso. Ma andiamo per gradi, cercando di chiarire questo processo interiore.

In un periodo in cui mi sento particolarmente positiva e felice, decido che è arrivato il momento di affrontare l’ultima parte del mio percorso: eliminare gradualmente le medicine. Chiedo un incontro con la mia psichiatra per definire un piano di riduzione nel lungo periodo e mi procuro il necessario.
E’ proprio a questo punto, però, che qualcosa cambia. Passa un mese e non ho ancora iniziato. Quindi mi chiedo, perché?

Dopo alcune riflessioni, ho trovato la mia risposta. Dopo anni, mi identifico con la depressione. Chi sono io senza di essa? Durante una seduto, lo psicologo mi disse che, al termine di questo percorso, non sarei tornata a essere la persona di prima, ma sarebbe emersa una nuova me. La me di prima della malattia la conosco, così come conosco quella che sono oggi. Ma la persona che potrei diventare mi è sconosciuta. E penso che sia questo a spaventarmi. Come tutto ciò che non conosco, che non posso toccare con mano e che non so controllare mi fa paura.

Come ho detto più volte, la situazione attuale non è una vita piena, è per lo più passiva. Allo stesso tempo è una realtà che conosco: ci convivo da anni e ho imparato a muovermi tra limiti e difficoltà. Ho imparato ad adattarmi alla situazione. Spesso, quando cerco di conoscere persone nuove, è proprio la depressione l’argomento che metto subito sul tavolo. Oppure, nelle conversazioni con le amiche, finisco spesso per tornare sulla mia situazione. Se devo approcciarmi su altri argomenti, mi rendo conto che non ho nulla da condividere.
CHI SONO IO, SE NON LA DEPRESSIONE?

Sento come se dovessi riscoprire me stessa, fare tutte quelle esperienze che potrebbero aiutarmi a comprendere quali siano le mie inclinazioni naturali e quali, invece, le capacità che mi piacerebbe sviluppare o acquisire. Quali sono i miei desideri? Come mi relaziono con persone che non conosco? Sono timida o estroversa? Mi piace stare nel sociale oppure preferisco i miei spazi di intimità? Vorrei vivere esperienze capaci che fanno crescere, che contribuiscano a definire chi siamo e chi desidero diventare. Provare, sperimentare situazioni e attività nuove, capire dove mi sento più a mio agio, dove posso mostrare me stessa e sentirmi sicura.  Uscire dagli schemi entro cui mi sono sempre rinchiusa L’essere umano è in continuo cambiamento.

Forse, in fondo, il punto è proprio questo: concedermi la possibilità di scoprire chi sono. Accettare che la persona che diventerò potrebbe essere diversa da quella che sono stata e da quella che sono oggi. E imparare, finalmente, a conoscermi al di là della malattia.