GUARDARSI DENTRO – Ombre e Luci

Un percorso personale, la condivisione di pensieri, emozioni, stati d’animo e azioni. Attraverso la scrittura prendo maggiore consapevolezza di quello che mi attraversa, una messa a fuoco di quello che possono essere i traguardi e le ricadute. La condivisione aiuta a non sentirsi soli, ognuno con il proprio carico personale ma tutti con che affrontiamo una strada tortuosa e in salita. Non vuole insegnare nulla, ma perché non provare a unire persone, geograficamente lontane ma emotivamente vicine. Se stai leggendo e vuoi condividere (in forma anonima) una frase, un pensiero o un racconto, visita la sezione 'Condividi la tua storia'.

CAMMINARE INSIEME: L’INTRECCIO TRA PSICOTERAPIA E FARMACI.

Gli psicofarmaci sono un sostegno a cui si può ricorrere in caso di necessità, in combinazione con la psicoterapia e con l’ascolto di sé. Sono medicinali che agiscono sul funzionamento del sistema nervoso, aiutando il cervello a ritrovare equilibrio quando emozioni, pensieri o comportamenti diventano troppo pesanti da gestire da soli. L’obbiettivo è favorire la stabilità psicologica.

Non sono qui per esprimere un giudizio sul fatto che sia giusto o sbagliato ricorrere agli psicofarmaci; credo però che la cosa più importante sia non fare nulla da soli, ma affidarsi a un professionista. Attraverso il confronto è possibile comprendere le esigenze personali e individuare insieme la terapia più adatta, anche passando attraverso tentativi ed aggiustamenti.

Sono qui per condividere la mia esperienza.

Durante una seduta di terapia, la prima volta che si è parlato di fare un colloquio con una psichiatra, ero totalmente contraria. Io prendere antidepressivi? Ma quando mai!
In primo luogo perché, nonostante avessi accettato un supporto di tipo psicologico, non riuscivo ad accettare l’idea delle medicine: sentivo che avrei dovuto farcela con le mie sole forze.
In secondo luogo, avevo il terrore della dipendenza. Comprendevo il potenziale beneficio del sentirmi meglio, ma una domanda mi assillava: “E se senza non fossi più me stessa?”. Ancora oggi, a dire il vero, non mi sento del tutto me stessa: mi sento io più le medicine, come se fossi un’entità costruita. Ed è qui che nascono altre domande: “Il giorno in cui smetterò di assumerle, tornerà tutto pesante e frenetico come all’inizio? Oppure sarò serena e tranquilla? Riuscirà a emergere la versione migliore di me?”. Sono interrogativi che mi pongo tuttora e che mi spaventano, ma non più come nei primi tempi.
Oggi penso che, se possono essere un aiuto perché non prenderli in considerazione?

Quando ho iniziato, ero totalmente sopraffatta dalle emozioni e dai pensieri. Come ho scritto in un articolo precedente: “La mia mente girava a mille, sempre colma di pensieri, senza mai una sosta fino a straripare. L’unico modo per sopravvivere era spezzare quei pensieri, ma allo stesso tempo significava disconnettersi dalla realtà. Vivere una condizione dove il tempo e le persone intorno a me scorrevano, ma io non lo percepivo. O, per essere più precisa, non sentivo.” Provo a spiegare meglio questa situazione. La prima fase della terapia mi ha intorpidita così tanto che non sentivo più nulla. Tutto era spento. Mi sembrava di vivere in una bolla di sapone, dove niente e nessuno riusciva a sfiorarmi. Se inizialmente, in un certo senso, mi sentivo sollevata perché il turbinio si era finalmente placato, col tempo è subentrata la paura. Ero emotivamente anestetizzata, incapace di provare sia emozioni positive che negative. Per esempio: non riuscivo più a sentire l’affetto per le persone a me care, non mi sentivo più lucida né sicura nei movimenti, non reagivo in modo adeguato agli stimoli esterni. Mi sentivo come una bambina che esplora il mondo per la prima volta e ha bisogno di essere accompagnata. Ma, a differenza di quella bambina entusiasta di scoprire ciò che la circonda, io non avevo alcuna motivazione, alcuna spinta. C’era solo apatia.

Dopo alcuni mesi in questa condizione ho espresso il mio malessere: tutto era troppo piatto. Volevo qualcosa di meno invasivo. Anche durante le sedute di terapia non riuscivo a relazionarmi in modo efficace, tanto da non riuscire a esprimere come mi sentivo né a lavorare su me stessa. Per me, infatti, il primo passo è capire cosa sta succedendo: riuscire esprimerlo, dargli prima una spiegazione razionale e poi emotiva (quest’ultima spesso mi arrivava dal mio psicoterapeuta), e da lì iniziare una riflessione interiore. Pochissime volte ho forzato le cose; nella maggior parte dei casi mi sono concessa il tempo di cui avevo bisogno e, quando mi sentivo pronta, il piccolo passo in avanti veniva da sé, quasi naturalmente.

Abbiamo trovato la terapia giusta e, nel corso degli anni, ho tentato una riduzione graduale, fino ad arrivare ad oggi, in cui la dose è ormai ridotta al minimo indispensabile. Durante uno dei vari incontri con la psichiatra mi è rimasto impresso un concetto: sarebbe arrivato il momento in cui, in modo del tutto involontario, ci sarebbero stati giorni in cui mi sarei dimenticata di prendere la pastiglia mattutina, e quello sarebbe stato il primo segnale del fatto che non avrei più sentito il bisogno. Non sarebbe più stata una necessità imprescindibile. E in effetti quel momento è arrivato. Non me ne sono nemmeno resa conto, almeno all’inizio. Credo di aver saltato almeno due giorni. Mi sentivo bene fino a quando, all’improvviso, è salita una tristezza infinita e la paura del nulla ha invaso nuovamente la mia vita. Non in modo lento e riconoscibile, ma come un’onda che travolge. Non capivo: eppure stava andando tutto bene. Ho deciso di ricorrere subito alle medicine per placare quella sensazione; non potevo aspettare la mattina dopo.

Ho scoperto poi che si trattava del cosiddetto effetto rebound; il cervello si abitua al farmaco e un’interruzione improvvisa può portare a un rapido ritorno dei sintomi, spesso con maggiore intensità.
Non l’ho capito subito. Solo dopo un paio di episodi simili ho notato il collegamento tra gli eventi. Da allora non me ne sono più dimenticata.