
GIUDICE POPOLARE. La passione come forza per andare oltre la mia routine.
Per riempire il vuoto interiore e temporale, nel fine settimana passo ore a ‘scrollare’ i social. Non presto molta attenzione a quello che mi passa davanti agli occhi: vado oltre fino a che non trovo qualcosa che cattura la mia attenzione. Ma cosa cattura la mia attenzione? La foto di un parco fiorito che, in primavera, sprigiona colori e profumi; una nuova mostra o un evento, rigorosamente legati al mondo del crime. E’ così che ho scoperto alcune serate a cui ho partecipato e di cui racconterò a breve in questo articolo.
Un pomeriggio come tanti, mi imbatto in un post del mio comune di residenza. L’immagine mostra un primo piano del martelletto del giudice, accompagnato dalla scritta: “Diventa giudice popolare”. E’ aperto ai cittadini e ci sono alcuni requisiti da rispettare, che io possiedo. Mi si accende una luce dentro: voglio informarmi, capire quali sono gli obblighi e i doveri e in cosa consiste questo ruolo.
Il primo pensiero è che avrei la possibilità di realizzare il mio sogno lavorativo attraverso una via secondaria. Di avere almeno un assaggio di un sistema di cui avrei voluto fare parte. Dopo settimane di tentennamenti, perché una volta che la domanda viene approvata non si torna indietro, mando la mail di richiesta.
In questa situazione ciò che mi ha frenata è stato un pensiero ricorrente: il non avere la ‘via d’uscita’ (come spiegato di seguito, una volta ricevuto l’incarico si ha l’obbligo di svolgere la propria funzione). Io ho bisogno di una via d’uscita semplice e veloce per ogni cosa che mi accingo a fare. Il pensiero che una scelta possa essere per sempre, senza poter essere modificata, mi manda in crisi.
Ora devo solo attendere risposta.
Ma cosa vuol dire essere un giudice popolare?
E’ un atto volontario del cittadino, il quale, in possesso di determinati requisiti fa domanda d’iscrizione all’albo dei giudici popolari presso il proprio comune di residenza. I giudici popolari sono chiamati a giudicare, insieme ai giudici togati, i delitti di maggiore gravità sociale nei processi della corte d’Assise e della corte d’Assise d’Appello. In questa situazione, le due figure sono poste sullo stesso piano: partecipano alla formulazione della sentenza con parità di voto, sia sulle questioni di fatto che di diritto. Una volta assegnato l’incarico, il cittadino è obbligato a svolgere la propria funzione per tutta la durata del processo (3 mesi salvo eventuale prosecuzione) e gli viene riconosciuto un compenso minimo per ogni giorno di effettiva partecipazione.
Quando, nel 1931, viene presentato il nuovo ordinamento che delinea la composizione e il funzionamento di questi due organi, queste sono le parole utilizzate: ‘’..integrare il giudizio del magistrato con elementi esperti della vita e dei sentimenti del popolo. Non si tratta di un contributo giuridico, sia pure limitato al diritto consuetudinario, ma di un contributo psicologico ed etico, per ottenere una valutazione del fatto dedotto in giudizio e della personalità dell’imputato il più possibile consona alle opinioni e ai sentimenti del popolo entro i limiti, beninteso, della legge. (…) Il giudice popolare non potrà esimersi dal dovere di dar ragione dei suoi giudizi e della relativa responsabilità (…); non avrà più il monopolio giurisdizionale del fatto, ma concorrerà, con i magistrati ordinari, al giudizio sul fatto e sul diritto e a quello sulla applicazione delle sanzioni’’.

Restando in tema di giuridico, in un momento di positività ho acquistato un biglietto per uno spettacolo teatrale: la rappresentazione di un processo. Il contraddittorio tra accusa e difesa, attraverso la presentazione di prove e l’esame dei testimoni, mentre il pubblico assume il ruolo di giuria. Colpevole o innocente? L’idea mi ha incuriosita e mi sono buttata. Qualcosa di realmente interesse avrebbe spinta all’azione? Sarebbe bastato a farmi andare?
Quel giorno è arrivato e posso dire di aver raggiunto un piccolo, ma grande traguardo. Ho fatto qualcosa che, per la me stessa di alcuni anni fa sarebbe stato impensabile. Ci sono andata. E l’ho fatto da sola!
Nelle ore prima di uscire ammetto di aver sentito un po’ di paura e nervosismo. Ero agitata e non riuscivo a stare ferma. Seduta sul divano continuavo a guardare l’orologio, sfregandomi mani e gambe, consapevole che il momento di prepararmi si avvicinava. Ma continuavo a rimandare. Mi lavo e mi metto sul divano. Mi vesto e mi rimetto sul divano. Preparo la borsa e mi rimetto sul divano. Tra un’azione e l’altra, una pausa fatta di respiri lunghi e profondi. Come un mantra, che mi aiuta a trovare dentro di me la forza per proseguire. E così, un passo dopo l’altro, mi sono ritrovata in macchina, con destinazione il teatro.
Se faccio un resoconto a posteriori del pomeriggio, posso dire che l’inizio è stato tentennante, ma il dopo sorprendente! Mi sono sentita bene e soddisfatta per aver fatto qualcosa che mi piace. Ma, soprattutto, per non aver passato l’ennesima giornata grigia e routinaria.